Appunti su un fatto di cronaca/2 (La bambina, il pozzo)

Luchino Visconti, Appunti su un fatto di cronaca, il video

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Questa immagine (una bambina alle soglie dell’adolescenza di cui non conoscerò mai il nome) è il motivo per cui ho cominciato ad appassionarmi alle vicende della Primavalle storica. La trovai, nel 2005, in un giornale da due soldi, di quelli che si danno via gratis nella metropolitana. Un ritaglio corredato da poche righe, in fondo alle pagine dello spettacolo: annunciava la proiezione del cortometraggio di Visconti; non rammento in quale occasione o rassegna.
A quel tempo non conoscevo né l’opera di Visconti né la vicenda di Annarella Bracci; anche la storia di Primavalle mi era sostanzialmente sconosciuta: un tratto comune a molti abitanti del quartiere. Chi è parte d’una realtà non si cura certo  d’analizzarla.
E allora perché proprio questa immagine avrebbe agito nel profondo?
Col tempo (che si riduce spesso all’esperienza e alle delusioni) ho dato sempre più credito ai sortilegi del sangue.
Evidentemente questo volto, e lo sfondo (la teoria di panni stesi, le finestre, la prospettiva delle casette sotto un cielo incombente) riattivarono brandelli di ricordi allora quiescenti. Col tempo capii che ogni particolare di tale dipinto di periferia rimandava a personali memorie, sepolte, ma ancora vive e inquiete (in un vecchio quaderno ritrovai persino una poesia scritta sui lotti di Primavalle: “panni, colori e lenzuola/lenti si muovono al vento/come vele d’un battello corsaro“).
Questa bambina colta per caso dall’occhio di Visconti, Annarella Bracci, così come gli operai degli scioperi a rovescio e me stesso abbiamo negli occhi e nel sangue architetture, voci, anditi e prospettive comuni: una sorta di corredo cromosomico aggiunto che reclama i propri diritti, nel tempo.
La vita è una glossa messa in calce alla propria infanzia; e come disse un personaggio di Wenders: “Qui ho cominciato a esistere“: il che impone, ai più leali, una etica e un rispetto nuovi verso i luoghi in cui si è cresciuti.
Il mio personale lavoro di ricerca (caotico, spontaneo, dilettantesco, gravido d’errori) nasce da qui.

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La stessa bambina, non più inquadrata dalla telecamera, perde il sorriso, si fa più vera, diviene altro. Solo ammirando tale profilo da deità mediterranea si capisce la fascinazione di Pasolini per le borgate e, poi, per il Medio Oriente: Siria, Palestina, Arabia.
Qui si evade da qualsiasi modernità; non siamo nel 1951 e nemmeno a Primavalle.
L’anonima attrice, non più costretta dalla condiscendenza alla macchina da presa, ridiventa ciò che è stata nei millenni: una adolescente anatolica di duemila anni fa, un’antica cipriota, una schiava nella tenda di Achille, una vestale dell’Asia Minore, una colonizzatrice del Meridione al seguito d’un ecista dorico, una Madonna agreste della Lucania; oppure, ultima reincarnazione, la bambina d’una famiglia povera spinta dalla miseria a inurbarsi nelle casette minime della campagna romana.
La storia è un gioco di specchi e rimandi.

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La strada per località La Nebbia, oggi nei pressi di via Cogoleto.
La campagna romana: brulla, piatta, infinita, ebbra di fantasmi.
Un labirinto in cui lo spazio si moltiplica in ragione di innumeri livelli temporali.
Gl’Inglesi, i Danesi, i Russi ne subirono il fascino schiacciante e imperscrutabile.
Muta … deserta … ardente dell’oro di fiori gialli o accesa dalla brace rovente dei papaveri selvatici“: così la descrisse Nikolaj Vasilevic Gogol.

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Il campo di Checco il Gobbo, e il pozzo fatale, oggi fra via Cogoleto e via Bardineto.

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Il pozzo. Qualche vaso di fiori, una croce, una fotografia.
Oggi: un distributore di benzina.

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Una bicicletta abbandonata sullo sfondo della campagna sterminata di Torrevecchia.
Un rottame che perde lo statuto di oggetto e diviene metafora dell’animo.

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Dallo strazio alla normalità. Vita quotidiana. Una famiglia dei lotti.

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Ed ecco nuovamente la prospettiva accecante dei lotti, quasi una composizione metafisica alla De Chirico: immobile, sospesa:

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato“.

(g.c.)

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