Storie a Primavalle – I cinque racconti vincitori

1° classificato Antonio Carlo, Storie a Primavalle

Ho girato il mondo. Quando incontri qualcuno che dice così viene da pensare che è uno sbruffone o meglio un buffone. Se penso ai miei viaggi mi sembra di non essere mai stato tanto o troppo lontano, non ho visitato tanti Paesi, Continenti interi. Ho ventiquattro anni e mi piace viaggiare, possibilmente vivere in altre Nazioni, è la voglia di respirare la vita in altri posti, di guardare il cielo da altre città, di salutare le persone in una lingua diversa, però torno sempre qui, a casa ed invito gli amici a vedere Roma, i suoi monumenti, le sue piazze e non solo. Abito a Primavalle, qui ho frequentato la scuola primaria, mio nonno è cresciuto a via de Barbarigo, per me i lotti sono quelli di oggi ma anche quelli dei suoi racconti. Le case costruite per gli sfollati di Borgo Pio e per i calabresi trasferiti in città hanno una storia da raccontare, la loro architettura è ancor’oggi visionaria, con spazi comuni, giardini e stenditoi impensabili nelle recenti costruzioni. Ho girato il mondo. Quando incontri qualcuno che dice così viene da pensare che è uno sbruffone o meglio un buffone. Se penso ai miei viaggi mi sembra di non essere mai stato tanto o troppo lontano, non ho visitato tanti Paesi, Continenti interi. Ho ventiquattro anni e mi piace viaggiare, possibilmente vivere in altre Nazioni, è la voglia di respirare la vita in altri posti, di guardare il cielo da altre città, di salutare le persone in una lingua diversa, però torno sempre qui, a casa ed invito gli amici a vedere Roma, i suoi monumenti, le sue piazze e non solo. Abito a Primavalle, qui ho frequentato la scuola primaria, mio nonno è cresciuto a via de Barbarigo, per me i lotti sono quelli di oggi ma anche quelli dei suoi racconti. Le case costruite per gli sfollati di Borgo Pio e per i calabresi trasferiti in città hanno una storia da raccontare, la loro architettura è ancor’oggi visionaria, con spazi comuni, giardini e stenditoi impensabili nelle recenti costruzioni.
Porto i miei amici in un luogo che ha per me un significato affettivo: il mercato rionale. Lì c’è il miglior caffè di Roma, lo prepara Pino che ha una ricetta segreta, mia madre lo chiama il caffè del buonumore, c’è il fornaio, si sente il profumo del pane e della pizza. Nei banchi della frutta e verdura trovi i carciofi più teneri di Ladispoli e l’uva più dolce dei vignaroli dei Castelli. Ho portato la mia ragazza, Evelina, al mercato e se n’è innamorata, ha detto che in Polonia non c’è né uno così e mi sono sentito orgoglioso di essere qui oggi con lei.
Tra qualche giorno parto, vado ad Helsinki, ho preparato il vestito per la presentazione del progetto, la cravatta, speriamo giusta, per ultimo metterò la pizza che comprerò, l’ho promessa al mio team ed ad un altro, in fondo siamo ragazzi che, pur venendo da Paesi diversi quando stiamo insieme ci piace condividere le cose buone della nostra tavola. Non potrò portare i carciofi per fare una frittata, peccato, nella mia famiglia questo piatto ha un significato importante, mio nonno conquistò mia nonna con un panino con la frittata di carciofi durante la pausa al lavoro. Lui racconta sempre questa storia e noi ridiamo forte vedendo come mia nonna arrossisce ancora e taglia corto il discorso. Negli anni ’50, Primavalle era estrema periferia, ora è città, intasata dal traffico, con la metro che speriamo di prolungare oltre il Raccordo. La sera tutto si quieta e si vedono dei tramonti fantastici con colori bellissimi e unici, verso il mare.

2. Antonello Rubino, Wonder Woman vive a Primavalle

Sapete,sono arrabbiata con lui. E non perché m’abbia ritratta.Capelli corvini,tratti marcati,il neo ingombrante (altro che il volto angelicato di Lynda Carter!) Ho tollerato persino il tatuaggio col cuore trafitto ed il suo autografo,come se oltre a posare,mi fossi consacrata a lui…No,ho avuto un solo uomo io,e parlo di chi ti fa dimenticare i tuoi doveri d’eroina patentata,smarrire le certezze androgine di amazzone…Quell’uomo si chiama Alduccio.Suo figlio,Francesco.E nascerà a Primavalle.Appunto,il figlio.Davvero c’era bisogno di ritrarmi col pancione, la bandiera divenuta troppo stretta,le mani callose sul grembo? È vero,questa maternità è la mia grande felicità.Dicono che mia madre,per il rapido disbrigo della pratica, si sia rivolta niente meno che ad Afrodite e che ne abbia ricevuto in cambio una statuina animata.Almeno il vostro Pinocchio ebbe mani amorevoli a forgiarlo e il soffio della vita fu vero atto d’amore! Io,no.Assemblata nelle officine di Vulcano,fui consegnata per corrispondenza ad una madre che non mi ha portato in grembo,sempre impegnata in qualche impresa,la treccia al vento come l’Anita scompigliata del Gianicolo. Ora io posso ascoltare il respiro di Francesco, distinguo il cinguettío dei suoi battiti, riempio di canzoni la nostra complice attesa. Vivo con lui la maternità che mi è stata negata.Forte come superman,ho consentito che Alduccio mi mettesse incinta e,quando avrei potuto stringerlo per sempre a me con il lazo magico,ho lasciato che andasse via.Noi eroi,forse,possiamo cambiare il corso degli eventi,ma non la natura degli uomini.Sapevo che sarebbe andata così,sin dal primo giorno,quando,eravamo proprio qui,in Via Borromeo, il sole a lambire la statua di Maria tra gli angeli adoranti in piazza Capecelatro, ed eccolo, mi sembra di vederlo, il ciuffo biondo, l’aria spavalda: “Quant’è bella la luna quann’è ppiena/quant’è ppiù bbella la stella Diana/tu sei quella che porti la bbandiera“. Ah, Alduccio: non lo degnai d’uno sguardo, ma penetrò le mie difese. Io eternamente giovane, lui mortale. Io ero qui (altro che esotica Isola del Paradiso: menzogne dei fumetti!) assai prima che lui nascesse. In Piazza San Zaccaria, quando il Duce inaugurò la nuova borgata di Primavalle. Ricordo la volitiva Maria Josè quando, col cappellino à la page, venne a visitare l’Oasi Donati. Sono sopravvissuta alle guerre, la patina del tempo è un soffio leggero sul mio corpo di semidea, ma sopravvivere ad Alduccio, guardando le sue rughe ed i suoi dolori … questo proprio no.

3. Francesca Romana Camarota, Non sono di Primavalle

Non sono di Primavalle. Sono nata in un altro quartiere, ho vissuto in altri quartieri. Adesso vivo qui da quattro anni. A via dell’Assunzione. Strano che in mezzo a tanti papi, cantanti lirici, suore, prelati scopritori di manoscritti e antichità ci sia una Via dell’Assunzione senza neanche una piccola chiesa alla fine della strada, nella piazzetta che si affaccia sul vuoto tra i palazzi come una terrazza panoramica. Se ripenso ai miei primi momenti a Primavalle mi rendo conto che per me è sempre stata un po’ bizzarra e strana. Brusca, guardinga. Senza particolari attrattive. Pochi reperti storici, poca arte, un’edilizia abitativa confusa. Per me era un luogo utile; non mi interessava capirla. Fuori c’era Roma, ammaliante, ipnotica, le passeggiate nella bellezza assoluta, nei colori, nell’odore della storia…Non ricordo quando ho cominciato a vedere qualcos’altro in Primavalle. Una processione notturna un venerdi santo di qualche anno fa: via dell’Assunzione, piazza Clemente XI, via Giovanni X, donne, bambini, uomini, ragazze e ragazzi, con una candela in mano, canatando a voce alta. Era come un film degli anni ‘50…stavo in macchina aspettando che passassero, incredula; improvvisamente ho sentito una gran tenerezza per tutte quelle persone che celebravano il venerdì santo nel labirinto stradale di Primavalle commossi come se fossero a Gerusalemme…Una sedia da giardino di plastica messa sul pendio all’inizio di via Monti di Primavalle: ogni volta che torno a casa la guardo dall’autobus. E mi dico che in quel condominio deve abitare una persona gentile che offre il pendio come un ermo colle da cui raggiungere l’infinito. Il giardino delle bambole alla fine di via Giovanni X, un’allucinazione a mezzogiorno d’estate. Bambole, fiori di plastica, animali di pelouche di guardia ad aiuole di ortaggi e dalie, un po’ di meraviglia regalata ogni giorno…Strana e bizzarra Primavalle. Delimitata da grandi arterie trafficate; che però sanno di mare e della fragranza degli ortaggi coltivati nelle tenute di via dell’Acquafredda; segnata da episodi violentissimi sociali e politici che spesso sono opportunità di crescita. Tantissimi abitanti, tante case una dopo l’altra, quasi una sopra l’altra, piccole palazzine: ma con inaspettate aperture e silenzi. E da un po’ mi dico che non sto male qui, che sta cominciando ad essere intrigante scoprire le storie, gli orizzonti e le persone che vivono qui, che sono di Primavalle.

4. Angela Alessandra, Un caffè al volo

Vibra il telefono e si illumina il display con una nuova notifica: “Ore 15 caffè in piazza”, non arriverò mai in tempo, perfetto sono già in ritardo, come al solito. Cammino lunga la via, a destra le case popolari con il loro moderno ascensore: un grosso simpatico mostro arancione annesso ai fieri palazzi squadrati di edilizia fascista. Ho superato la biblioteca e sono già ai murales, una wonder woman incinta e coloratissima come una primavera esplode sul grigio della parete, ecco che inizia a vibrarmi il cellulare di nuovo, per cosa? Saranno giusto dieci minuti di ritardo, o forse venti… così accelero il passo e già li vedo. Non può che non allargarsi un sorriso sul mio volto mentre mi faccio notare alzando la mano. Non c’è neanche bisogno delle scuse o di premesse inutili, il rituale lo conosciamo tutti, così entriamo e diretti al bancone, l’economista batte il ritmo: si gira per sapere quanti al vetro e quanti in tazza. Bene, ora possiamo “partire”. La muraglia cinese, con tutta la sua imponenza è tutta concentrata in quel piccolo bar, posso vedere la distesa verde degli alberi sotto di essa, arriccio il naso allo scorpione fritto che il mio amico sta per assaggiare tutto allegro. Le immagini si dissolvono, lo scorpione inizia a ingrandirsi fino a trasformarsi, non c’è più uno scorpione ora davanti a me ho una tartaruga, l’acqua è cristallina, il cielo è terso, ma fa comunque un gran caldo qui, vicino a Bali. Tutto il contrario del freddo che esiste solo in Russia, ma che non la rende di certo meno affascinante. Le parole, le immagini, i racconti si mischiano; riusciamo a viaggiare intorno al mondo anche due o tre volte, c’è chi studia il francese per vincere quel concorso o perché sogna di andare a lavorare in Canada, chi invece già studia lo spagnolo perché a marzo va in erasmus, chi porta le pizze per partire il prossimo anno o quello dopo, se riesce. Chi parte, chi arriva, chi vuole restare, sogni diversi, ad ognuno il suo, però ci crediamo, ci speriamo, forse siamo rimasti in pochi nella disillusione generale, ma noi siamo ancora qui che studiamo per avere un’opportunità, non la vita perfetta, ma un’opportunità per essere qualcosa di più, non ci stiamo ad adagiarci, non ci basta il lavoretto che abbiamo, non ci nascondiamo nelle sale studio, noi ci crediamo. Stavamo per atterrare a Budapest quando il giurista ci riporta alla cruda realtà e ci fa scendere dal volo: “dai tornamo in biblio altrimenti qui non annamo da nessuna parte!”

5. Miriam Antonacci, Davanti al mercato di Primavalle

Un miracolo di pomodorini è cresciuto nei miei vasi, con qualche foglia d’insalata. Non pensavo che sarebbe successo quando un giorno alcuni semini dorati furono il dono di una vecchia mano.
Avevo la borsa piena di verdure comprate al mercato di Primavalle. Un vecchio mercato in cui le persone si conoscono tutte, donandosi l’amicizia di una vita più autentica. Uscita mi fermo davanti al mercato e vedo un vecchietto che tira briciole a un piccione. “ E’ un amico,” mi dice convinto, “spesso ci parlo”. Che vecchietto svaporato penso. “Non ho più con chi parlare, ma un tempo avevo una brava moglie.
Maria e io, eravamo poveri ma contenti. Lavoravamo tanto, quanta fatica e mai che s’arrivava. Poi troviamo un po’ di terra e ci facciamo un orto. Maria zappava contenta e diceva che di lì un angelo ogni tanto passava. Presto cominciammo a portare in questo mercato le nostre verdure. Quanto eravamo felici. Ma non durò molto, che un giorno Maria le mani nella terra non ce le poté più mettere che una febbre maligna se la portò via con l’ultima insalata. Da allora in quel posto crebbero solo erbacce. Passa un mese e qualche seme lo vado a buttare vicino alla sua tomba e anche due piantine d’insalata riesco a metterci. Quanto urlò il camposantaro quando s’accorse che vicino a Maria ci cresceva un orticello. La prese proprio male che al posto dei fiori ci stesse l’insalata. Poi, quando spuntarono i pomodori, strillò che lì non era un cimitero ma di sicuro un manicomio. Io invece pensavo che con tutto quel verde intorno e pure un po’ di rosso Maria stava più allegra, beh povera donna come poteva. Mettevo le canne per i pomodori e lui le spezzava, così li lasciavo a terra, ma tutti quelli che passando li vedevano una preghiera a Maria gliela dicevano”. “Continua a farlo quell’orto?”. “Eh no, oggi sono vecchio, sto da mio figlio che per portarmi laggiù non ha mai tempo. L’insalata la pianto nel cortile di casa a Primavalle, mentre penso a Maria. Lei l’orto lo fa?” Mi chiede poi. “Ho solo un balconcino.” “E che ci vuole un campo per far crescere l’insalata!”. E da una tasca gli spunta un cartoccetto. “Questi sono gli ultimi semi che conservo, non mi ricordo cosa ci nasce, ma fa lo stesso, un po’ d’acqua, di cielo e qualcosa fiorisce sempre se ci si crede”. Lo ringrazio commossa, saluto quel vecchietto gentile e pure il piccione e corro a casa che quei semini aspettano la terra.

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