Corrado Alvaro, La disperazione delle borgate

Questo articolo (potete scaricarlo in pdf dal link in fondo) fu scritto a pochi giorni dal ritrovamento del corpo di Annarella Bracci in fondo al pozzo de La Nebbia.
Quell’episodio, apparentemente banale, fece conoscere all’Italia al realtà di Primavalle e delle borgate tutte. Pasolini, Moravia, Alvaro, Piovene, Rossellini, Visconti, Lizzani furono alcuni degli intellettuali colpiti da tale evento che si caricò, per una serie di cause accidentali, di una valenza simbolica di rara potenza.
Alvaro scriveva per un quotidiano del Nord; nella sua prosa si avverte un pizzico di compiacimento nel resoconto delle brutture delle borgate: un brivido perbenista da ingenerare nella buona borghesia settentrionale davanti allo spettacolo dei poveri, sorta di fenomeni di baraccone brutti, sporchi e cattivi (basti leggere, nell’articolo, il terrificante episodio della mendicante e del ragno).
Così va spesso il mondo … voglio dire: così andava nel marzo 1950.
Buona lettura.

Cala ogni giorno su Roma un esercito di 350 mila reietti

(Vengono dalle borgate che cingono la capitale in un anello di miseria-Molti operai sono rimasti fedeli al loro mestiere, ma i più cercano con ogni mezzo danaro!-A sera tornano ai loro quartieri ove intristisce anche il sorriso dei bimbi)

di Corrado Alvaro, “La Stampa”, 9 Marzo 1950

Per qualche tempo, tre anni fa, si gareggiò a visitare le famose borgate. Il nome non illuda. Si tratta dell’anello di miseria che circonda con le sue 350.000 persone la città. Le visite si diradarono poi, dopo le elezioni. Già allora, alle prime visite, gli unici manifesti e le sole parole scritte che si potevano leggere su quei muri, portavano i nomi dei candidati e dei partiti che si contendevano il favore di quel popolo. Le prime visite si fecero in un Febbraio [in cui ] le piogge dirotte minacciavano di sommergere i miseri quartieri di baracche e casupole quasi tutte a valle, e l’Aniene infiltrandosi nel sottosuolo, a Pietralata, pullulava tra abituro e abituro facendo rigurgitare la fognatura. Il Quarticciolo, San Basilio, Primavalle, Pietralata, Centocelle, Torpignattara, Torre Gaia, Borgata Gordiani, Tiburtino III sono alcuni dei nomi di questi quartieri che ricorrono periodicamente nella cronaca romana.
Una oscura storia
Nei primi tempi dopo la guerra, si temette un giorno a Roma niente meno che una marcia di quei miserabili sul centro della città. Essi avevano fatto parlare di sé subito dopo la Liberazione, con la storia del famoso Gobbo del Quarticciolo, una oscura storia che ripeteva su una scala infima gl’intrighi che travagliavano la nazione e la capitale in piena crisi istituzionale e che cercavano appoggi in questo fondiglio sventurato. Fu il periodo bizantino di Roma. Ma non accadde o non poteva accadere niente. Tutto si risolse in qualche grosso fatto di cronaca con cui terminò il regno del Gobbo. Le borgate erano state fondate ufficialmente dal passato regime con la popolazione sgomberata di forza e deportata alla periferia di Roma dal centro della città. Oggi, là dove quel popolo aveva abitato per secoli, si aprono le grandi vie imperiali, i mercati di Traiano, la via del Mare, la grande strada irrimediabile che conduce a San Pietro, dov’erano i Borghi. Attraverso una proliferazione di anni come nel fondo del mare, quel popolo si era stabilito nelle celle dei mercati di Traiano, aveva eretto le sue casupole tra le colonne e i templi di Venere e del Foro di Cesare. Esercitava i piccoli mestieri artigiani che erano allora tutta l’industria romana. Buttato alla periferia della città, ospitato provvisoriamente in baracche e casupole che si diceva avrebbero costituito ridenti quartieri suburbani, dovette ricominciare daccapo la sua vita. Era vissuto dei minuti mestieri nel centro d’una città, nella vicinanza con la gente bisognosa di servigi, di clientela e di lavoro, il traffico di cui è fatta la complessa società urbana. Ora si trovava insieme tutta gente della medesima condizione, uniformemente povera. In quel Febbraio dell’allagamento, visitando le povere dimore dove i ragazzi erano rifugiati sui letti con gli ombrelli aperti, si vide bene che si trattava di gente che un tempo aveva potuto farsi la stanza da letto e il salottino di buoni mobili decenti, il letto di ferro verniciato a mogano con i fiorellini e gli angeletti nuziali, la specchiera, l’armadio, il canapé. Questi mobili, ora, con la minaccia degli allagamenti, sono posati su mattoni altri tre piedi dal pavimento. I ricordi di famiglia, le fotografie di nozze, della bambina nuova nata, della Prima Comunione, incorniciate con cura, sono annebbiate e gonfie di umidità come fotografie di annegati. Le donne facevano a gara per introdurre i visitatori nelle case allagate, mostrare le crepe dei muri, i letti fradici di pioggia, lo stillicidio preciso del soffitto. Era una ostentazione di bambini già rigidi di artrite, febbricitanti di tubercolosi, con gli occhi gonfi di tracoma. Si offendevano se non volevate entrare, minacciavano di picchiarvi se non volevate vedere le case tenute con evidente cura. C’è ancora il centrino ricamato sul comò. Una madre ancora bella, di una bellezza che si andava quasi muffendo portava infagottata di stracci una sua creatura che già non si reggeva sulle ossa. In una casa piena di fango con la porta spalancata, una ragazza sui quattordici anni, sola, non si voltava e non rispondeva a nessuna domanda, come presa da un dolore cocente al basso ventre, certo interrorita di qualche cosa. Era là, indifesa, preda di chiunque avesse voluto e forse lo era già stata. Era una vivente vergogna dell’uomo. Più in là, un uomo stava con le falde della giacca aperte fra le dita delle due mani, per nascondere una donna, la sua donna, che si serviva del cesso pubblico: lui faceva da porta.

Platonici visitatori

A Pietralata, dove le abitazioni sono a più piani, un gruppo di platonici visitatori si trovò di fronte una folla infuriata, stanca delle visite di dovere che accendevano speranze presto deluse e che poi facevano risentire più grande l’abbandono. Tanto qui che nelle casupole allagate c’era un aumento degli affitti. Nella borgata di San Basilio si faceva un progetto di abitazioni intensive al posto delle miserabili casupole: per le 200 famiglie si richiedevano 800 milioni, 4 milioni a famiglia. Non c’è bisogno di rapire una ragazza o un bambino in questi quartieri per questi delinquenti d’oggi. Donne e uomini vanno al lavoro, ai loro misteriosi mestieri. Il povero borgo resta abitato da ragazzi e bambini indifesi e che non hanno più accesso nella città, quegli stessi che si videro subito dopo la Liberazione, gli sciuscià, quelli che un giorno tentarono addirittura di impadronirsi di un aeroplano. La sera, un autobus carico di mendicanti torna a uno di questi quartieri. Sono gli insolenti e spesso ubriachi mendicanti di Roma, i ragazzi e le ragazze con l’organetto, i loro sorveglianti che li tengono d’occhio, giovani prestanti e con l’aria di oziosi, sono le donne con i bambini presi in affitto. Uno di questi giorni un passante vide piangere disperatamente un bambino in braccio a una di queste mendicanti. Il bambino aveva una benda sull’occhio. Poiché il passante era medico, offrì le sue cure. La donna protestò, inveì, si radunò la solita folla che le impedì di fuggire. Fu tolta la benda al bambino. Sotto la benda era applicato un guscio di noce e, dentro, un ragno prigioniero tormentava l’occhio del bambino. È tutta gente delle borgate. Sono delle borgate le centinaia di piccoli mercanti di oggetti e saponerie americane agli angoli delle strade, le piccole famiglie attorno a una scatola di gomma da masticare e di semi di zucca, marito, moglie e figli all’ingresso del Pincio, dove è una vecchia pietra scaldata dal sole. È delle borgate un mendicante proprietario di appartamenti, delle borgate i falsi storpi, quelli che vi maledicono per la tenue somma di 10 lire, che vi mostrano le sdruciture sul sedere col gesto delle scimmie del giardino zoologico, e che ci rivendono il vestito smesso, senza toppe, donato dal signore di buon cuore. Vogliono denaro contante. Anche loro, a fine di settimana, fanno le loro mangiate nelle osterie di campagna, sotto il pergolato, anche loro vogliono i loro piaceri, i piaceri moderni, quelli che si vedono al cinema e nei giornali illustrati a fumetti.

Scheletri secolari

È ben strana la civiltà moderna. Essi certe cose le vogliono pagare con delitti. A Primavalle dopo le nove di sera è pericoloso circolare se non si vuole tornare spogliati a casa. E sono delle borgate centinaia di operai che sono riusciti a restare fedeli al loro mestiere. Le borgate furono rinforzate, se ce n’era bisogno, durante e subito dopo la guerra, da gente di tutte le regioni, e in prevalenza meridionali. Qualche contadino dei dintorni, durante la stagione inoperosa, faceva un po’, di mendicità a Roma. Ve n’erano con grandi barbe profetiche su facce da furbastri, e dicevano d’essere Garibaldi. Calavano zampognari con le zampogne fatte di camere d’aria d’automobile, suscitando una infanzia pastorale scaduta nei residuati di guerra. Meglio abitare nelle grotte del Monte Parioli, lungo il Tevere, nei sotterranei delle Terme di Caracalla, tra arco e arco degli acquedotti romani, lungo la campagna, nelle baracche fatte di latte di benzina, lungo gli argini del Tevere e a ridosso di Monte Mario. Le ragazze escono da questi archi graziose, rimpulizzite, all’ultima moda. È il punto in cui la miseria graziosa f()ta come se si volesse corrompere al primo incontro.Meglio abitare qui che nelle grotte di Matera, di Crotone, di Andria “dove i figli non riescono a crescere, non allignano, muoiono” come diceva ad Andria una madre che nelle grotte aveva veduto morire sette dei suoi nove figli. Queste rovine o grotte romane sono pulite come scheletri secolari, son asciugate dai secoli. Ci si sta meglio ancora che nelle borgate. Lo scheletro della romanità è abitato come già fu il Teatro Marcello e, prima ancora, la calmatura dell’arco di Settimio Severo, là dove le fotografie mostrano ancora sull’arco un buco che era la porta di una abitazione, quando il monumento era sepolto fino all’archivolto. I panni stesi ad asciugare, il recinto di canne coi fiori rampicanti, denunciano gli abitatori dei monumenti ancora accessibili. Essi si erano spinti fin alle pendici del Campidoglio, alla Grotta della Lupa, che forse finì mangiata negli anni della carestia.Tira a Roma, malgrado i locali illuminati al neon, che rendono spettrali le truccature delle donne all’ossido di piombo, un’aria 1830. Bisognerà tornare a leggere i vecchi viaggiatori e tutto sarà chiaro. Ma allora i delitti erano più generosi: in mancanza di un miglior impiego indicavano una forza di sangue tralignato che aveva per sola manifestazione la violenza. Oggi, la nevrosi urbana colpisce quei quartieri come un’epidemia. Roma nel suo centro fa il più grosso chiasso del mondo, con le sue grandi macchine e le sue belle donne sotto gli occhi del venditore di gomma americana e del mendicante, sentinelle avanzate di un esercito di 350.000 reietti.

Per il download dell’articolo in pdf cliccare sul link sottostante:

Corrado Alvaro, La disperazione delle borgate

(g.c.)

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