Primavalle città aperta

Ci sono storie che tutto il mondo conosce.
Altre che solo pochissimi hanno il privilegio di ricordare.
Altre ancora, invece, sono sconosciute a chiunque e rimangono lì, come fantasmi evanescenti, in attesa che il caso le venga a recuperare da un oblio che rischia di essere perenne.
Uno, due, tre.
Andiamo con ordine.
La prima storia è quella che ognuno di noi ha visto e apprezzato nella sua vita. Roma città aperta, di Roberto Rossellini, del 1945. Anna Magnani, che interpreta il personaggio di Pina, corre verso il camion in cui è prigioniero il marito Francesco, un partigiano, catturato dai soldati tedeschi che occupano Roma. Una raffica di mitra la raggiunge: Pina muore. È la sequenza più famosa del neorealismo e una delle più celebrate del cinema italiano. A ragione. Ancor oggi, a rivederla, comunque la si pensi, si prova un brivido.
La seconda storia è quella di Teresa Gullace, la donna che ispirò quella memorabile scena. Venne uccisa un anno prima del film, il 3 marzo 1944, da un colpo di pistola mentre cercava di parlare col marito, arrestato da poco. Il mondo intero sa di Anna Magnani, una moltitudine l’ha vista rincorrere Francesco, e morire, ma pochi sanno di Teresa.

Teresa Gullace
Teresa Gullace che ispirò Rossellini e i suoi sceneggiatori

E veniamo alla terza storia.
Accade a Primavalle, il 24 marzo 1944, tre settimane dopo l’omicidio della Gullace.
La bomba di via Rasella è esplosa; i comandi tedeschi decidono per la rappresaglia. 330 italiani devono morire. Roma viene rastrellata, le carceri si svuotano, la Questura si adegua al diktat germanico.
I nomi vanno e vengono; si stilano liste di proscrizione; cancellature, aggiunte. Il destino degli uomini si decide in punta di penna, in poche ore.
Fra gli arrestati di quei giorni tumultuosi c’è il primavallino Ambrogio Lunghi. Di mestiere è asfaltista.
Ambrogio viene arrestato il 23 marzo, non perché direttamente coinvolto nei fatti, ma, probabilmente, perché di fede comunista. Dopo un attentato scattano le retate e si colpisce nel mucchio, per fare numero e dimostrare efficienza.
Ambrogio Lunghi è detenuto presso il Commissariato della borgata Primavalle, a via S. Igino Papa.
La mattina del 24 marzo il figlio di Ambrogio, Giacomo, si incammina per la via.
Vuole portare al padre un po’ di cibo, due sfilatini di pane. Da lontano vede un camion. Dal commissariato stanno prelevando dei detenuti. Fra di loro c’è Ambrogio Lunghi, destinato all’eccidio delle Fosse Ardeatine. Il destino e il censo hanno giocato contro Ambrogio. Poche ore prima un nome è stato depennato dalle liste di morte e uno è stato aggiunto: il suo. In quella cancellatura e in quel frettoloso corsivo è racchiusa una condanna.

lista Fosse Ardeatine
La lista dei condannati a morte alle Fosse Ardeatine. Il nome di Ambrogio Lunghi è aggiunto a penna dopo che un altro (il numero 44) è stato cancellato

Giacomo è un ragazzino, viene avanti con i suoi sfilatini di pane; in lontananza vede la sagoma del padre, un signore molto alto, magro, con un bel volto da operaio meridionale. Lo portano via, ammanettato. Giacomo strilla: “Papà, papà!”, poi, nella foga della corsa, cade nel fango della via S. Igino Papa del 1944, e rimane lì, impotente, coi suoi panini, in lacrime.
Non rivedrà più il padre.
Nel 1946 il Comitato di Liberazione ordinò la stele commemorativa di piazza S. Zaccaria Papa. L’ultimo nome, aggiunto in seguito, è proprio quello di Ambrogio Lunghi, asfaltista di Primavalle.
Qualche anno addietro volli sapere chi fosse questo Lunghi e cominciai a dargli un volto. Lo ritenevo un atto di giustizia.
Poche settimane fa il caso (e Ennio De Risio) mi fecero incontrare proprio il ragazzino degli sfilatini, quello che correva nel 1944. E lui mi raccontò questa storia.
E così, dopo quasi ottant’anni, Ambrogio Lunghi, uno dei tantissimi il cui nome è scritto sull’acqua, ottiene un breve risarcimento contro l’opera del tempo.
Ora potrà rimanere all’ombra del nostro ricordo.

(g.c.)

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Italo ha detto:

    Il vile attentato di via Rasella che, giova ricordarlo, procurò la morte ad una trentina di soldati del III° Reich, la maggior parte di costoro erano Italiani dell’Alto Adige, scatenò la micidiale vendetta dei nazisti che rastrellarono alla cieca, alcuni dalle prigioni, altri dagli ospedali ed altri dove capitava, tutte vittime innocenti fucilate e sepolte alle Fosse Ardeatine. Il commovente ricordo del caduto Ambrogio Lunghi fatto dal figliolo deve far molto riflettere sulle atrocità commesse dai nazisti verso la popolazione civile, non solo Ebrea. Onore alle vittime delle Fosse Ardeatine

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