Primavallitudine

il

Scrive Charles Baudelaire nella poesia Il cigno (1860), tratta da I fiori del male:

La vecchia Parigi non c’è più (la forma
d’una città cambia più in fretta d’un cuore mortale):

solo in spirito vedo quel vasto accampamento
di baracche, quei capitelli sbozzati, colonne,
erbe, massi inverditi dall’acqua di pozzanghere
e alle vetrine il confuso ciarpame variopinto.

Il vecchio Charles, alle soglie dei quarant’anni, ha fremiti di nostalgia. Ricorda la giovinezza e le brigate di amici, quando frequentava il Carrousel, vociante e popolare, poi inghiottito dall’immane ristrutturazione della città sotto il Secondo Impero.
La traduttrice Luciana Frezza annota a tal proposito:

Dentro e intorno alla piazza del Carrousel c’era un quartiere abbastanza popolare (rue de Chartres, rue de Doyenné), che Baudelaire aveva frequentato con i suoi amici negli anni giovanili, e che fu demolito nel piano di sventramento promosso dall’urbanista barone Haussmann; fu aperto un vuoto intorno all’arco del Carrousel e furono prolungati i due bracci del Louvre”.

Georges Eugène Haussmann spianò i quartieri medioevali parigini, labirintici e pittoreschi, e inaugurò i boulevards, larghi e rettilinei. La borghesia e i commerci premevano, la città si rendeva cosmopolita, luci scintillanti e una chiarità diversa s’imponevano contro quelle antiche suburre.
Il buon Haussmann ebbe la sua nuova Parigi, poi celebrata in pellicole e dipinti e romanzi innumerevoli, e così facile da controllare coi suoi ampi viali dove potevano sfilare con agio poliziotti e plotoni militari.
Istituire un parallelo fra Carrousel e Borgo Pio (e il suo intrico di stradine) o coi Fori Imperiali è inevitabile.
Furono un errore gli sventramenti di Haussmann?
E quelli di Piacentini e Spaccarelli di qualche decennio dopo?
Qualche decennio fa non avrei avuto esitazioni: quegli sventramenti! Una ferita orribile alla città!
Oggi la penso in modo diverso: dapprima riconciliato con la greve monumentalità di via della Conciliazione e poi, grato a tutti i Guidi i Piacentini e gli Spaccarelli, ho riconosciuto la piana umanità delle architetture delle borgate.
Le borgate, comunque le si vogliano considerare, vennero ancora pensate quale ricetto per esseri umani, e per famiglie: normali, veri, pieni. Non c’è bisogno dell’autorità di Pasolini (famoso il suo monito dalle dune di Sabaudia: Pasolini e l’omologazione del nuovo fascismo) per afferrare questo elementare concetto; lo si può evincere passeggiando per i lotti costruiti prima della guerra o lungo le stradine della Pineta Sacchetti dove alcuni villini superstiti ancora ci parlano di tale inclinazione dell’animo.
L’architettura, cui rivendico la forza di plasmare l’uomo, è, infatti, uno dei due architravi della primavallitudine.
E, infatti, Primavalle è nel mio cuore, e non la Primavalle politica, ma proprio quella delle pietre, degli anditi e dei cortili e degli spiazzi comuni. Ritengo ci sia un genius loci in Primavalle, un’entità che sopravvive ai decenni e la rende identica a ciò che fu, nonostante l’insorgere vincente di ciò che è chiamata globalizzazione e che non è capitalismo, ma ansia di distruzione. Se qualcosa resiste allora è pericoloso, poiché deprime il mercato; se viene distrutto lo si potrà replicare con qualcosa di quasi eguale (il quasi è il profitto che va a svantaggio del cittadino) in un susseguirsi frenetico di creazioni e annientamenti virtualmente eterni. Ma cos’è tale entità che ancora si aggira ancora in Primavalle e che possiamo venerare quale protettrice del luogo? Facile rispondere, per i flebili ragionamenti di cui sopra, che è la stessa forma di Primavalle.
L’altro architrave era la fede. Vogliate considerare con bonarietà e larghezza di veduta tale usurata parola. La fede nel comunismo, o la fede nel fascismo, o la fede nella chiesa costituirono entità sovraindividuali che permisero il formarsi della comunità.
Quando, dopo i Settanta, la fede cominciò a svaporare al sol del nuovo avvenire (e scomparvero comunisti, fascisti e cattolici) ci ritrovammo tutti individui, una somma di individui, mai in grado di costruire alcunché a vantaggio della comunità.
Anche qui vinse ciò ho chiamato, con fare da dilettante, globalizzazione. Una comunità resiste, ma una somma di individui no. Una comunità può ingegnare qualcosa che non risponda unicamente al mercato e al mercimonio; una somma di individui, invece, diverrà un gregge conformista piegato a tutto.
A Primavalle si originarono diverse comunità: la loro opera sul territorio fu diversa, e non ancora indagata sul campo. Ma fu qualcosa (e questa è la “politica” che mi interessa).
Ma oggi cosa si fa se non chiacchiera? E questo avviene perché è impossibile il formarsi di una nuova visione comune, mancando la fede.
Alessandro Guarnacci mi ha fatto notare il caso del Quartaccio. Come mai in quel territorio non si costituì qualcosa di duraturo, di identitario, di persistente, nonostante il tessuto sociale lì trasferito fosse lo stesso della vecchia Primavalle? Perché trasferirono solo individui.
La fede si è esaurita.
Ci rimane qualche vestigia da cui ripartire: Primavalle stessa, pur snaturata e devastata dalle innovazioni, spesso folli, del dopoguerra.
E si può ricominciare da un lavoro di ricerca che, spesso, è ingrato (poiché costa tempo e soldi e scocciature), ma è indispensabile. Rendere chiaro ciò che fu, con una visione ecumenica e mai arrogante, svela agli uomini il territorio stesso. Comprendere ciò che è stato o cosa si è stati muta l’atteggiamento con cui ognuno, molto banalmente, riguarda un angolo, una strada, una casa; o un muro o un albero. Origina una visione nuova, insinua il rispetto. E il sentimento di appartenere a qualcosa di più comprensivo di noi stessi.

Queste cose sono solo mie, sono il mio attuale pensiero, non accampano diritti, non vogliono sostituirsi ad altre, ben più ponderate e autorevoli, né reclamare una loro goffa notorietà.

(g.c.)

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