I Vanvitelli a Boccea

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Quando parliamo della dinastia Vanvitelli intendiamo riferirci a due personaggi illustri dell’arte e dell’architettura italiane: Gaspare Vanvitelli (1653-1736, soprannominato Gaspare degli Occhiali per le spesse lenti dovute alla miopia), uno dei maggiori vedutisti a cavallo fra Seicento e Settecento; e Luigi Vanvitelli (1700-1773, immagine 1), figlio di Gaspare, architetto, genio del Neoclassicismo e autore, fra l’altro, dell’incomparabile Reggia di Caserta nonché dell’ardito acquedotto a tre piani di arcate che la rifornisce: l’Acquedotto Carolino, una delle più ammirate opere di ingegneria del secolo.
La storia della proprietà Vanvitelli a Boccea è ancora da ricostruire precisamente, ma di eccezionale importanza per il nostro territorio. Qui ci si limita a qualche veloce indicazione, che altri – più competenti – potranno approfondire.
Andiamo con ordine.
Caspar Adriaensz van Wittel nasce ad Amersfoort, presso Utrecht, in Olanda. Fra il 1674 e il 1675 si trasferisce in Italia (ove il nome si italianizzerà, appunto, in Gaspare Vanvitelli). A Roma Gaspare sposa, il 18 febbraio 1697, Anna Lorenzani, figlia del letterato e drammaturgo Giovanni Andrea Lorenzani. Da Anna avrà i figli Luigi e Urbano. Alla morte del suocero, avvenuta il 2 agosto 1712, la vigna con casaletto ch’egli possedeva sin dal 1672 passa ai Vanvitelli: a Gaspare probabilmente o, forse, per mezzo di un legato, direttamente al nipote Luigi.
E dove si trovava questa vigna “nella strada fuori di porta Fabrica (S. Pietro) al Pidocchio …”?
Dalla carta del 1696 redatta dall’architetto Filippo Crevoli, in cui sono annotate tutte le vigne coi rispettivi proprietari gravitanti attorno all’Aurelia Nuova, a via della Pineta Sacchetti e alla strada che passava nella Valle dell’Inferno (accanto al fosso della Sposata), si deduce che tale vigna con casaletto si trovasse compresa all’incirca fra le attuali via Domenico Tardini, via Monti di Creta e via Santa Bernadette: a largo Boccea, insomma.

Mappa di Filippo Crevoli (1696)

E perché quel nome, “Pidocchio”? Perché via Monti di Creta era nota come vicolo del Pidocchio (più tardi come vicolo delle Mura Vaticane), via della Pineta Sacchetti come via del Pidocchio e perché nei pressi di piazza Irnerio doveva trovarsi l’antica Osteria del Pidocchio; laddove per “pidocchio” non s’intende il fastidioso insetto bensì il “pellegrino” che, arrivato a Roma per la Trionfale, poteva ben scegliere via e vicolo del Pidocchio per arrivare sino a San Pietro (o scegliere il tratto dell’Aurelia per la Madonna del Riposo). Inoltre, lungo l’attuale via Nostra Signora di Lourdes era ubicata l’antica Torre del Pidocchio che, come vedremo, fu acquistata dallo stesso Luigi Vanvitelli.

ipotesi ricostruttiva dell’assetto della zona del Pidocchio-Boccea attorno al 1750 circa
La Torre del Pidocchio (alto a sinistra) in una mappa di Angelo Felici del 1845

Ma c’è una curiosità assai importante.
La proprietà di largo Boccea, “al Pidocchio”, costituisce, secondo la ricostruzione dello storico dell’arte Roberto Pane, la prima prova di architetto del giovane Luigi. In un album conservato al Gabinetto Nazionale delle Stampe in Roma, infatti, sono presenti alcuni studi per una palazzina da costruirsi proprio “al Pidocchio”: “Questi disegni, dall’esecuzione accurata e insieme ingenua, costituiscono le prime esercitazioni di geometria architettonica compiute da Luigi sotto la guida del padre …”; pertanto è probabile “che la semplice casa della vigna sia stata realizzata da Gaspare con la collaborazione di Luigi e che quindi debba considerarsi come la prima architettura di quest’ultimo, costruita, forse, intorno al 1720”. Tale album di disegni e schizzi apparteneva al padre Gaspare che lo cedette ben presto al giovane e promettente Luigi (che, a soli quindici anni, già aveva ricevuto il plauso del grande architetto messinese Filippo Juvarra).
In altre parole: il primo progetto del sommo Luigi Vanvitelli riguarda una proprietà a Boccea.
Andiamo avanti.
Nel 1743 Luigi Vanvitelli acquistò dai Sacchetti anche la vigna ove si trovava la Torre del Pidocchio (la cosiddetta Vigna Crivelli o del Pidocchio): “La casa in mezzo alla vigna ove per tradizione dicesi vi fosse l’antica Torre del Pidocchio. Essa è un locale di delizie per la sua posizione. Nel pianterreno vi sono i comodi di tinello, stalla, rimessa ed altri ambienti. Vi è la scala interna che ascende ad un piano di nr. 5 ambienti. Vi è un’altra scala interna che ascende ad una loggetta scoperta a forma di torre”. Resta da capire se questa casa fosse l’antica torre trasformata o un diverso casale dei Sacchetti in abbandono e da restaurare; e resta da capire come si rapportasse tale nuova acquisizione alla prima proprietà ereditata dal Lorenzani.
Nel 1753, a più riprese, Luigi scrive al fratello Urbano invitandolo a vendere le proprietà al Pidocchio (lettere del 23 febbraio, 3 e 10 marzo, 24 novembre); nel 1759 propone al fratello un nuovo famosissimo acquirente che era desideroso di trasferirsi a Roma: nientemeno che Carlo Broschi, detto Farinello o Farinelli, il maggiore cantante castrato di tutti i tempi.
Anche questo tentativo di transazione, però, cade nel vuoto.
Nel 1773, alla morte di Luigi, in assenza di testamento, sono inventariati i beni paterni su impulso dei figli Carlo e Gaspare. Fra i beni e gli oggetti elencati noiosamente e minuziosamente dal notaio Tommaso Sepe, compare, ancora una volta, la secolare vigna dei Lorenzani-Vanvitelli: “Una massaria, ó sia vigna con due casini di campagna, sita nel luogo detto il Pidocchio”.
Come detto, la questione va ulteriormente approfondita e definita.
Spero, tuttavia, come sempre, di aver fornito il primo impulso a chiunque voglia indagare la dimenticata nobiltà del nostro territorio.

(g.c.)

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