Marcella, la sposa fanciulla di Monte Mario

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La grande cisterna romana di largo Zucchi è una delle rare evidenze archeologiche del territorio di Monte Mario accessibile da tutti.
Essa intercettava una sorgente o un sistema di sorgenti naturali le cui acque diedero origine, in epoca successiva, alle tre fontane che si ritrovano ancor oggi lungo la discesa di via Trionfale: una è poco oltre via del Parco Mellini, un’altra, simile per foggia, presso l’imbocco di via Platone, la terza nelle vicinanze dell’ingresso di Villa Miani.

La cisterna di Largo Zucchi a Monte Mario

Questa larga cisterna, scoperta nel 1957 in occasione dei lavori per il parco, doveva servire, tramite una rete di cunicoli, una delle lussuose villae dei dintorni “lussuosamente decorate, dotate di grandiosi impianti idrici con condotte e vasche”: a villa Madama, sul poggio della Madonna del Rosario e a Forte Monte Mario.
Proprio in tale ultima località, nel 1881, durante i lavori di sterro per la costruzione del forte militare, verso la vallata del Tevere, venne alla luce il sepolcro ipogeo dei Minicii, afferente a una villa (o a un praedium) di proprietà di Gaio Minicio Fundano. Questi, console nel 107 d.C. e proconsole d’Asia nel 124 d.C. sotto Adriano, fu personaggio di alto spessore culturale e umano. Amico intimo di Plinio il Giovane, come si vedrà, lo si suppone anche discepolo di Plutarco dato che proprio in tale veste appare nel dialogo morale De cohibenda ira (Del controllo dell’ira) scritto dal filosofo greco. A Fundano, inoltre, sarà indirizzato un importante rescritto (tramandatoci dal vescovo di Cesarea, Eusebio) in cui l’imperatore Adriano lo sollecita a garantire i diritti ai Cristiani d’Oriente accusati pretestuosamente e a procedere eventualmente contro i calunniatori dopo l’esame scrupoloso delle prove.
Il sepolcro, oggi perduto, ma già esplorato nella seconda metà del Quattrocento dal Mellini, viene così descritto dal Dressel: “Per una porta (larga 1,17, alta 1,48) con architrave e soglia di travertino, che anticamente si chiudeva ad un battente come si scorge dai segni del cardine, si entra in una camera rettangolare (lunga 4,95, larga 3,90) costruita internamente a mattoni rivestiti d’intonaco bianco … La direzione della camera è da nord a sud … in questa camera [trovarono] l’ultima loro dimora nove individui; 5 di questi furono deposti in sarcofagi, 4 furono cremati”.

Planimetria sepolcro dei Minicii

Nel mezzo della camera, in dominante posizione d’onore, era un cinerario marmoreo in forma di cippo, alto m.1,30 (immagine 1). Eccone l’iscrizione:

D • M
MINICIAÉ
MARCELLAÉ
FVNDÀNI • F
V•A•XII•M•XI•D•VII

Ovvero: “Agli Dei Mani/a Minicia/Marcella/figlia di Fundano/che visse dodici anni undici mesi sette giorni”.

Si tratta di Marcella, figlioletta del console, della cui malattia e morte ci parla con commozione Plinio il Giovane in una bellissima lettera indirizzata a Epulano Marcellino:

Caro Marcellino, sono ben triste nello scriverti questa lettera dopo la morte della figlia minore del nostro Fundano. Io non vidi mai cosa più gioconda e più cara di quella fanciulla, degna non solo di una lunga vita, ma quasi dell’immortalità. Non aveva compiuto i quattordici anni e già possedeva la prudenza di una donna anziana, la gravità di una matrona e tuttavia conservava la grazia della fanciulla, il pudore della vergine. Come si serrava al collo paterno! Come ci stringeva fra le braccia noi amici del padre con affettuosità e modestia! … Con quale contegno, con quale pazienza, anche con quale coraggio seppe sopportare l’ultima malattia! Obbediva ai medici, faceva coraggio alla sorella e al padre, e sosteneva sé stessa, quando le forze fisiche l’ebbero abbandonata, con il vigore dell’animo … Oh, ben triste e acerba morte! …. Era già promessa a un distinto giovane, già era stato stabilito il giorno delle nozze, vi eravamo stati già invitati. E tal gioia in qual dolore fu mutata! … Fundano … uomo colto e saggio … ora disdegna ogni altra virtù, non vive più che per quell’affetto … se tu gli invierai una lettera in occasione di un così vero dolore, ricordati di non adoperare frasi di conforto troppo austere … ma piene di dolcezza e umanità … perché un dolore ancora recente rifiuta i conforti e li sfugge, mentre poi li desidera, e si acqueta, se gli si porgono con dolcezza. Addio”.

Il padre fu talmente sconvolto dalla morte della fanciulla da mutare in lutto ogni oggetto preparato per il mancato matrimonio:

Tutto ciò che si sarebbe dovuto spendere in vesti, in perle, in gemme, [dispose che] fosse speso in incensi, unguenti e profumi”; gli aromi più squisiti, insomma, dalla mirra alla cassia, da gettare sul rogo dell’incinerazione funebre.
È stato giustamente rilevato come il silenzio di Plinio sul dolore della madre faccia presumere che questa fosse già morta. A sinistra della camera sepolcrale si trovava, infatti, un altro cippo su cui, anche qui con bella nitidezza, si trovava inciso il nome di Marcella Statoria, moglie del console.
Il cippo di Marcella e della mamma sono oggi visibili presso il Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano, a testimoniare la storia del territorio e anche a ricomporre dolcemente un sonno che rimase indisturbato nel ventre di Monte Mario per così tanti secoli.

(g.c.)

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