Care suorine, se andate a Primavalle portatevi un fucile …

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A pronunciare tali parole non fu un sergente di trincea o un commissario di polizia o un prefetto, bensì l’arcivescovo romano Carlo Cremonesi (1866-1943). E a chi era rivolto l’invito? Alle suore di Maria Anna Donati (1848-1925), nota come Celestina della Madre di Dio, fondatrice delle Figlie Povere di San Giuseppe Calasanzio: le Calasanziane, appunto, che si erano messe in testa di stabilirsi a Primavalle, alla Pineta Sacchetti, dove ancor oggi si trovano, a quasi un secolo dal loro storico insediamento.
Quando il monsignore pronunciò quelle parole si era nel 1925 circa. Primavalle cominciava allora ad urbanizzarsi; vi erano pochi edifici e qualche casolare isolato. Eppure Cremonesi temeva per le proprie figliole … evidentemente Primavalle, zona rurale e isolata, incuteva un poco di timore, soprattutto perché quelle suore intendevano lì trasferirsi per curare i corpi e le anime delle bambine orfane o figlie di carcerati.
Suor Celestina e suor Luigina, però, non ebbero paura.
Primavalle gli piacque subito. Da lì, in avanti, si godeva un bellissimo panorama, verdeggiante e odoroso della fragranza dei pini; un’arietta fresca e pulita risaliva dalla valletta sottostante ove serpeggiava il fosso della Sposata … e poi c’era la sagoma della cupola, netta sullo sfondo limpido di una Roma ancor possente, che avrebbe avvicinato la piccola comunità al centro della Cristianità universale … San Pietro … il cui candido profilo recava conforto e speranza assieme. E tutto questo potevano averlo lì, a Primavalle …
Ma questa è solo una piccola parte della storia.
Attorno al desiderio delle suorine ruota, infatti, una vicenda che coinvolge altri personaggi d’eccezione.
Presentiamo i due principali:

Antonio Barluzzi (1884-1960), anzitutto. Antonio è considerato uno dei grandi architetti italiani del secolo scorso. Attivo soprattutto in Medio Oriente, fu autore delle maggiori costruzioni cristiane in Terrasanta. La basilica dell’Agonia al Getsemani (l’evangelico monte degli Ulivi) o la basilica della Trasfigurazione al Monte Tabor, luogo della Trasfigurazione di Cristo, sono esempi d’alcuni suoi capolavori (altri: la chiesa della Visitazione ad Ain Karem, le chiese della Flagellazione e del Dominus Flevit a Gerusalemme, la cappella della Crocefissione al Santo Sepolcro).

Giulio Salvadori

E poi Giulio Salvadori (1862-1928), poeta, scrittore, giornalista, anch’egli cattolico di rara integrità, pudico quanto intransigente antifascista (fu rimosso dalle università romane) e professore di Barluzzi durante gli anni del liceo.
Nel 1925 Antonio Barluzzi è già un professionista affermato.
Per lui Salvadori è come un padre; ne ammira la mitezza e la profondità dell’impegno spirituale.
Un giorno Barluzzi, rientrato temporaneamente dagli impegni mediorientali, chiede consiglio al proprio maestro Salvadori: “Grazie all’aiuto di Dio ho messo da parte un po’ di soldi … cosa potrei farne? Come potrei impegnarli a fin di bene?”. Salvadori, che aveva conosciuto Celestina Donati a Livorno, risponde subito, senza esitazioni: “Vai sulla Tuscolana, verso Porta Furba. Ci sono delle suorine che si prendono cura di alcune orfanelle. Sono più povere dei poveri. Hanno bisogno del nostro aiuto, del tuo aiuto”.
Il giorno dopo Barluzzi, assieme alla sorella Teresa e alla cognata Maria (moglie del fratello, Giulio Barluzzi [1878-1953]), si reca a Porta Furba dove il primo nucleo delle Calasanziane s’è stabilito nel 1923. Quattro suore e una decina di bambine accolgono i tre in uno stanzone scalcinato, forse un vecchio garage approntato alla meno peggio. Nonostante l’estrema povertà, tutti, religiose e bambine, sono allegre e festanti tanto da dare l’impressione di vivere in un palazzo di lusso: fiori e piante allietano l’ambiente, alcune tendine alle finestre lo rendono persino civettuolo. Fra le suore è l’indomita suor Luigina che, anni dopo, ritroveremo a Primavalle a combattere per una tazza di latte a favore dei bambini del Dormitorio. Barluzzi non crede ai propri occhi, si commuove.
Il 10 marzo corre a Firenze per incontrare Celestina Donati, gravemente ammalata. Egli le espone i propri piani per regalare una nuova sede alla Congregazione, a Roma, vicino a San Pietro, proprio come lei desidera. Dal proprio letto di dolore Celestina sorride: quell’uomo le è davvero mandato dalla Provvidenza! Il 18 Celestina muore, certa, tuttavia, di aver assolto la propria missione terrena.
Barluzzi incarica il fratello Giulio dell’acquisto del terreno su cui sorgerà l’Oasi Celestina Donati: 200.000 lire (circa 180.000 euro attuali) fermano la proprietà.
Ma c’è ancora molto da fare.
Attorno a Barluzzi si forma un nucleo di benefattori, un “comitato di amici” come lo chiamerà il periodico “Roma”. Nel 1927 la sede è a via Nazionale 46.
Il Presidente è monsignor Carlo Cremonesi, quello del fucile; quindi abbiamo Maria Barluzzi, moglie di Giulio, la contessa Contini Maria Cremonesi, la segretaria Bice Franciosi Schiaparelli, la contessa Piella Giustiniani Bandini, Giulia Simoncelli, Lisa Salvadori, Antonio e Giulio Barluzzi, Gino Franciosi, il conte Piella, Giulio Salvadori, il senatore Schiaparelli, i monsignori Sinibaldi e Talamo.
Si raccoglie un’ulteriore somma. Barluzzi affida i lavori al proprio ingegnere di fiducia, Pietro Ricci. Il giorno di Capodanno del 1929 la struttura è inaugurata, e dedicata anche alla memoria del compianto Salvadori, morto l’anno prima. Eppure Barluzzi non è ancora contento! La voglio più grande, dice. Qui trovano posto solo venticinque bambine! In una città come Roma non è niente! E si mette al lavoro, in pochi giorni, per disegnare i piani che prevedono il raddoppio della struttura e ne affida l’esecuzione al giovane nipote Giorgio Argenti, figlio della sorella Paola. D’altra parte lui non molla certo l’osso: seguirà tutto da Gerusalemme!

Queste notizie, su uomini e donne di cui si è persa anche l’impronta, e che oggi possiamo solo sognare, l’ho ricavata faticosamente (un poco romanzandola) da un libriccino inglese scritto da Donald M. Madden: Monument to glory. The story of Antonio Barluzzi, architect of the Holy Land. Qualche errore, alcune lacune, molta umanità.

(g.c.)

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