Gabriele D’Annunzio alla Pineta Sacchetti

Chiudo gli occhi, col capo tra le mani, coi gomiti su la pietra del parapetto; e il silenzio m’accompagna nella memoria la via di santa Marta, la via delle Fondamenta, deserte e sonore sotto il mio passo, ove in giorni inquieti di giovinezza e di ambizione cercai un che di grande e di remoto all’ombra dei Palazzi Vaticani. Rivedo, più oltre, la Pineta Sacchetti, simile a un colonnato chiomoso, ove tra l’erba fioriva il porrazzo che è l’asfodelo dell’Agro, per me inespugnabile come quello dell’Ade. Là solevo far lunghe soste, in vista della mole papale e del Soratte solitario, con una specie di pensieri che non ritrovo più ma che mi raffiguro quasi corporei, dotati d’una violenza flessibile e audace, in quel modo che un cacciatore si ricorda del fiato forte di una fiera con cui ha combattuto da vicino“.

Così si esprime, citando esplicitamente la Pineta Sacchetti, Gabriele D’Annunzio nel suo Leda senza cigno, del 1916.
L’intimità del poeta con la pineta è ricordata dal cultore di storia locale Gianni Papari sul sito di Pinacci Nostri:

porrazzo
… ove fioriva il porrazzo …

“Secondo una tradizione orale, tramandata dai vecchi pastori, nella primavera del 1920 Gabriele D’Annunzio fu ospite di riguardo dei principi Torlonia alla Pineta Sacchetti, presso il Casale del Giannotto, l’attuale biblioteca Casa del Parco.
Una nutrita folla di ammiratori si radunò sotto le finestre del Casale, chiedendo al Poeta di affacciarsi per un saluto. A D’Annunzio non restò altro che cedere alle richieste, salire sul balcone che dà verso la Basilica di San Pietro e, contagiato dall’entusiasmo della gente, prendere a declamare alcuni suoi versi, portando in visibilio tutti i presenti.
Di documentato c’è la presenza di Gabriele D’Annunzio tra i partecipanti all’incontro organizzato al Pineto nel febbraio 1897 dalla Società Romana della Caccia alla volpe. Su un taccuino D’Annunzio annota: La caccia. Meet alla Pineta Sacchetti fuori Porta Cavalleggeri. … si sale per la via Aurelia, fiancheggiata da fornaci e con le sue osterie chiassose, frequentate da carrettieri arrochiti dal vino. Ecco la pineta. E’ su un terrapieno erboso, circondato d’una siepe secca. Gli alberi sono tutti eguali, allineati, come eletti per un rito, inviolabili. Segnano le ombre azzurrognole sul prato soleggiato. A sinistra, la prateria smaltata di margherite, il gran soffio della libertà nel deserto. I cani si lanciano sulla pista, squittendo, condotti dagli huntsmen. La campagna è accidentata, con avvallamenti e alture, interrotta da macchie basse. Il sole illumina tutto: un sole calmo e caldo. Nel lontano l’orizzonte è occupato dalla grande cupola, dalla pineta regolare come un portico bruno, da Monte Mario con i suoi cipressi, dalle cime nevose remote. Tutto è limpido. Un sentimento di gioia e di possanza quieta domina su la campagna divina. A tratti la cupola emerge dal portico dei pini. Roma giace in fondo biancastra, mite e ridente …“.

Lo stesso Papari ricorda poi un estratto dalle Laude, anch’esso celebrativo della incantata foresta al limitare della tenuta Primavalle:

Tutti eguali in ordine i pini,
quasi eletti a un rito solenne,
sorgevan dall’erba infinita.
Ogni traccia era disparita
della belva e dell’uomo:
sol v’era il silenzio del cielo.
E vi fiorìa l’asfodèlo
a piè dei tronchi scagliosi,
e l’anèmone violetto
ch’è il rapido fiore del vento.
E come un palagio d’argento
di là dai tronchi, multiforme
e tacito, era il Vaticano;
un ermo candore lontano
era il Soratte solitario;
i cipressi del Monte Mario
erano un fùnebre serto
per non so qual lutto sereno.
E un profumo di fieno
e di libertà, quasi un fiato
pànico, venia dal deserto.

O selva d’arbori eguali,
tra l’Urbe e l’Agro ordinata,
ove dormii sonni veggenti
e meditai le mie sorti
e favellai con l’Erinni,
tu m’appari nella memoria
come il vestibolo vivo
della formidabile cella;
perché pieno de’ tuoi fatali
murmuri l’anima, gli occhi
pieno dei movimenti
fieri che su l’antica via
agitavan gli uomini forti,
ebro dell’amore di Roma
e sitibondo di gloria,
io v’entrai seguendo mia stella.
E, come su l’erba novella
che inazzurravano l’ombre
de’ tuoi colonnati, io vi giacqui
supino per contemplare.
E là dove giacqui, rinacqui.

(g.c.)

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